9 agosto 2015, 23:24

Lana Del Rey / Ultraviolence: l’attesissima Recensione più Autorevole dell’Universo (The Post of The Return) – Part Two

Ricordo la prima volta che ho ascoltato la musica di Lana Del Rey: ero in un locale a Torino, si chiama Santa Polenta.
Mangiavo la polenta alla veneta, cioè polenta, merluzzo stufato e un bordellàio di burro fuso.
C’era musica alla radio nella sala, ovviamente (somministrazione Ascolti Involontari Reiterati).
Una canzone catturò la mia attenzione.
Non è banale, perché io ho sviluppato delle resistenze al pop radiofonico.
C’era questa voce di donna piuttosto grave, che alla fine del ritornello diceva con tono dolente “we will born to die”.
Mentre cercavo di tirar su per bene il burro fuso inclinando il piatto, pensavo tra me e me
‘chi cazzo è sta vecchia che vuole suicidarsi? Non sanno più cosa inventare’.
Mi sembrava la voce di una persona mediamente anziana, e pensavo
‘adesso fanno cantare canzoni tristi ai vecchi: non male come idea, perché non c’ho pensato io?’.
Niente, nei giorni a seguire, bazzicando per negozi di libri/dischi, notai la copertina di un disco di una tipa giovane che sembrava la figlia della casalinga-bionda-pazza-occhi-di-ghiaccio di Desperate Housewifes, quella che fa i dolcetti per i vicini.
Tra l’altro quell’attrice lì faceva già la dottoressa psicopatica in Melrose Place quando ero piccolo io.
In ogni modo non mi curai di quel disco, perché ritenevo impossibile che una donna, per di più giovane, potesse fare musica rilevante.
Ero musicalmente misogino.
Però quella copertina lì continuava a essere reiterata negli scaffali e continuava a colpirmi e, alla fine, un giorno, tipo alla Fnac, presi in mano quel disco.
Lessi “Lana Del Rey”: mi sembrò un nome molto figo.
Qualche secondo dopo lessi il titolo “Born to Die”.
A quel punto, pur non essendo uno molto svelto di comprendonio, fui in grado di collegare quella ragazza giovane lì della copertina, alla voce di quella donna anziana là, che passava alla radio nel locale di Torino, mentre tiravo su il burro fuso.
Niente, la recensione.
Ho visto al TG che tipo in Toscana hanno fatto il Festival della Filosofia e ho visto che han fatto un botto inaudito.
Cioè la gente non ascolta più veramente la musica e si appassiona alla Filosofia?
Questo non ha senso per me.
Questo non ha senso per me.
Il tema di questo Festival di Filosofia era “La Gloria”.
Allora, la canzone più istituzionale, più importante di Ultraviolence, si intitola Money, Power, Glory.
E’ tutto collegato.
All’inizio della seconda strofa, il verso recita “sun also rises”.
Un po’ di tempo prima Johan Edlund dei Tiamat, enorme gruppo dark metal di Stoccolma, aveva realizzato una cover di Born to Die di Lana Del Rey.
In quel medesimo disco dei Tiamat c’era una canzone intitolata Sun Also Rises.
Per altro una grandissima canzone.
E’ tutto collegato.
Comunque.
Dare una valutazione omogenea su un disco di Lana Del Rey in realtà è difficile, perché c’è il songwriting, il canto, gli arrangiamenti, la produzione: il materiale di Lana Del Rey, considerato nella sua complessità, è sempre qualcosa di controverso a tratti, ad esempio potrei dire che la produzione di questo qui dei Black Keys su Ultraviolence mi sta un po’ sui cogliòni.
Ma non è questo il punto.
Il punto non sta nelle cose che Lana Del Rey sbaglia, il punto sta nelle cose che Lana Del Rey fa giuste.
Nel mondo mistico e cruciale della pop song, le cose giuste fanno la differenza e quelle sbagliate vengono perdonate.
To Be Continued

Non ci sono ancora commenti

Commenta